La Cappella Ducale è costituita da un’aula a base quadrata resa ottagonale dalle quattro absidi angolari, con lato uguale all’altezza fino alla base della cupola, pari ad un enorme cubo; la cupola semisferica ha un raggio pari all’apotema dell’ottagono. Il risultato è il maggior sviluppo verticale ottenuto con i tre ordini di cornici, che dilatano lo spazio dell’aula verso l’alto.
Alla Cappella introducono due ingressi: uno dalla galleria, con portale ornato da un raffinato stemma farnesiano in pietra, l’altro dall’anticamera risultante dall’immensa sala sopra l’ingresso rimasta incompleta, così come il resto del Palazzo Farnese. È da questo ingresso, oggi recuperato alla sua funzione, che si può godere appieno di questo improvviso sviluppo verticale dell’impianto architettonico; la prevalenza della verticalità dello spazio dell’aula tuttavia è subito compensata dalla presentazione di un presbiterio imponente per i due pilastri e aggraziato da due balconate in pietra con gli stemmi del duca e del cardinale. I cicli decorativi dell’aula sono altrettanto interessanti: paraste che scandiscono l’ordine ottagonale, archi compresi tra la prima cornice e il grande fregio in stucco, un’ altra serie di archi con finestre tra il fregio e la cornice d’appoggio dell’ampia cupola. In ogni chiave di arco compaiono i tre gigli farnesiani, gli stessi sul fondo azzurro, che nel palazzo di Roma riportano l’impresa , “È per Dio ch’io cresco” qui non leggibile.
I mascheroni con teste d’angelo degli archi superiori rimandano ad un tardo manierismo ancora in voga, mentre i gigli ritornano in ogni chiave d’arco inferior.
Nell’ampio fregio si ritrova l’araldica farnesiana preferita: il liocorno, la stella di mare, delfini.
Di grande effetto sono la serie di tartarughe sottostanti, che rappresentano la diligenza, virtù che si affianca all’industriosità e alla perspicacia, che deve essere regolata dalla maturità di giudizio e che non deve essere distratta dalla fretta.
È una variante adottata dal card. Odoardo rispetto all’emblema dell’avo Paolo III, rappresentante il camaleonte e il delfino associati al motto “festina lente”, famoso ossimoro. Cosimo dè Medici, per esprimere lo stesso concetto, scelse una tartaruga con una vela sopra.
Un’altra originale soluzione architettonica è il ritaglio delle finestre nella struttura muraria delle parti alte, con gli strombi inclinati sopra le absidi, che lasciano immutata la scansione delle finestrature esterne, di modo che la doppia volumetria della Cappella dal lato sud non si nota e l’unitarietà della facciata non si interrompe. Soluzione peraltro che richiama l’ illustre espediente sangallesco nel Palazzo Farnese di Roma, dove le finestre alte della galleria d’Ercole sottraggono spazio al piano superiore.
La luminosità diffusa, ottenuta con tre ordini di finestre a corredo del volume a doppia altezza, era completata dalla presenza della lanterna centrale della cupola, demolita durante il rifacimento del tetto presumibilmente all’inizio di questo secolo; essa aveva somiglianze con quella della chiesa di Sant Agostino costruita dal medesimo Caramosino.
Il presbiterio lungo l’asse centrale si presenta maestoso ed elegante per la scansione dei costoloni e delle paraste e per la prominenza delle due balconate sopra le due piccole sacrestie; tanto unitario lo spazio dell’aula, quanto articolato quello del presbiterio.
Le cantorie sono l’elemento caratterizzante e focalizzante ed evidenziano la funzione primaria della cappella, quella musicale, dove l’attrazione estetica coincide con i punti di emissione del flusso della musica dell’organo a sinistra e degli strumenti e del canto a destra.
Cenni Storici
La Cappella di Palazzo Farnese è posta al primo piano dell’edificio sul lato sud e per le sue dimensioni aveva la funzione di una vera e propria chiesa; è infatti un’aula a se stante, separata dall’appartamento ducale affrescato e, per le sue grandi dimensioni e per la sua struttura a pianta centrale, si può ricondurre al modello di cappella palatina di tipo rinascimentale, di differente forma però rispetto alle cappelle dei grandi palazzi dei secolo XVII e XVIII, che hanno solitamente uno sviluppo longitudinale. La destinazione originaria era quella di luogo per cerimonie e devozioni liturgiche per i duchi e la corte, ma anche quello di cappella musicale, in coerenza con la presenza della cappella di corte interna ai palazzi delle grandi dinastie signorili: Estensi, Gonzaga, Medici, Sforza.
Nel progetto del Vignola non era previsto uno spazio di esclusiva funzione religiosa, bensì piccoli oratori inseriti nei singoli appartamenti ducali, riservati, privati, in cui potevano essere ammessi soltanto gli intimi dei sovrani.
In verità non c’è la prova che il Vignola non volesse una grande cappella a pianta centrale integrata nel Palazzo Farnese, poiché non ci è pervenuta finora la pianta originale del primo piano In effetti si conosce un’unica sua opera progettata a pianta centrale: Santa Maria Scala Coeli presso l’Abbazia di San Paolo alle Tre Fontane a Roma, commissionata al Vignola dal card. Alessandro Farnese e realizzata nel 1583 da Giacomo Della Porta, che può aver rimaneggiato il progetto.
Le affinità tra la Cappella Ducale di Piacenza e quella chiesa si ritrovano nella pianta ottagonale con absidi angolari e nell’ampiezza della cupola. Inoltre nel vasto e multiforme patrimonio architettonico farnesiano una chiesa a pianta centrale si può ritrovare all’isola Bisentina, luogo sepolcrale della famiglia Farnese fino al duca Pier Luigi. Qui la chiesa dei SS. Giacomo e Cristoforo, attribuita ad Antonio da Sangallo il Giovane, si propone proprio come un santuario a pianta ottagonale e con notevole elevazione verticale. Un ipotesi su cui lavorare potrebbe essere quella di verificare se la Cappella sia stata ripresa da un disegno vignolesco presente nello studio romano dal fedele G. F. Testa, l’architetto novantatrenne, che aveva sempre seguito il Vignola e che nel 1589 trasmise al principe Ranuccio Farnese i disegni e il modello del Palazzo Farnese; l’altra ipotesi è quella di verificare se l’ing.
Lattanzio Papio (l’unico tecnico citato nei documenti) sia effettivamente intervenuto sul progetto, estendendo l’incarico di occuparsi degli ornamenti in pietra.Il fatto è che la Cappella è risolta in modo in parte accademico, in parte originale: sulla pianta ottagonale di ascendenza bramantesca o sangallesca si inseriscono le quattro absidi (che riprendono lo sviluppo degli angoli del palazzo verso il cortile), soluzione del tutto vignolesca, e si pongono le due cantorie per organo e musici a chiudere il presbiterio, che prefigurano una nuova scenografia. Dopo la ripresa dei lavori di costruzione del palazzo nel 1589, che si erano interrotti vent’ anni prima al piano terreno, la prima traccia dell’idea di una chiesa si ha nel 1591 e un’indicazione più concreta si ritrova nel sollecito inviato da Bernardino Panizzari detto il Caramosino, costruttore del Palazzo, al duca Ranuccio per ottenere il suo assenso, che giunse, per cui si fece il modello e si passò alla realizzazione quando ormai lo scalone era realizzato. La chiesa risultò terminata nel 1598 e rifinita l’anno dopo. Il modello in legno del Palazzo e probabilmente anche della Cappella Ducale, è ancora registrato tra i beni presenti al n.122 dell’Inventario compilato verso il 1730, in copia presso un archivio privato piacentino; andò forse disperso o distrutto durante il trasferimento dell’eredità farnesiana a Napoli nel 1736.
Di chi fu l’idea della chiesa al primo piano del Palazzo Farnese costruita dal Caramosino? Il Vignola può essere riconoscibile in alcuni elementi stilistici, il duca la approvò e certamente il cardinale Odoardo contribuì in qualche modo a renderla più bella e grande.
Forse fu proprio per iniziativa dei due fratelli, il duca e il cardinale, che prese corpo il grande progetto, come era sempre avvenuto in Casa Farnese; il card. Odoardo in quegli stessi anni infatti aveva avviato importanti lavori nel palazzo di Roma: grandiosi soffitti lignei intagliati, sculture dedicate al padre Alessandro, l’ ammirato condottiero nella guerra di Fiandra, affreschi realizzati da Annibale Carracci, che fu suo pittore dal 1595 al 1605. A lui si deve uno dei capolavori dell’arte di tutti i tempi, la Galleria di Palazzo Farnese a Roma.
