La chiesa e Oratorio di San Dalmazio è attestata a partire dal 1040, anno in cui il vescovo di Milano Ariberto d’Intimiano fa alcune donazioni all’Abate del monastero di Val Tolla (oggi Monastero di Morfasso).
Risulta dunque che la chiesa di San Dalmazio già esisteva e che era stato da poco costituito un piccolo monastero con funzione di priorato dipendente dall’abbazia dell’Alta Val d’Arda. Di notevole pregio è l’antica cripta (VII secolo d.c.) di origine bizantina. A riprova di ciò, oltre a molti documenti, si può citare una carta inedita del 1470 (conservata presso l’Archivio di Stato di Parma), in cui il priore della chiesa di San Dalmazio chiede l’autorizzazione all’abate di Tolla per stipulare un contratto con il Convento di Santa Maria del Carmine. Per un certo periodo, la chiesa ebbe la funzione di parrocchia ma fu soppressa nel 1800.
Dopo la restaurazione, all’epoca di Maria Luigia, diventò oratorio ducale ed, in seguito, oratorio reale con Carlo III di Borbone. La chiesa ospita attualmente la confraternita dello Spirito Santo, i cui statuti del 1268, redatti in parte in dialetto piacentino, sono stati editi nel 1957 da Monsignor Guido Tammi. Il Codice è conservato presso l’istituzione stessa.
Purtroppo della struttura originale, si sono conservate solo l’abside, la torre campanaria (pur con evidenti restauri novecenteschi) e la cripta, la quale si estende nello spazio sottostante all’abside, al coro e alla quarta campata della chiesa superiore. La sua configurazione ricorda le cripte ad “oratorio” tipiche dell’Alta Italia, delle quali si conservano esempi a Galliano, Agliate e San Vincenzo al Prato presso Milano.
Le colonnine su cui poggiano le arcate sono ancora legate ad un modulo bizantineggiante e presentano notevoli analogie con la struttura dell’oratorio di Paderna (Pontenure) e la cripta della chiesa di Sant Eusebio a Pavia.
La chiesa ha subito diversi rifacimenti e manomissioni, in particolare nel 1561 quando fu rifatta la facciata e durante i primi anni del Novecento con integrazioni e restauri medievaleggianti spesso arbitrari. Al suo interno sono conservati uno splendido Crocifisso ligneo opera del maestro fiammingo, ma naturalizzato piacentino, Jean Geernaert ed un Sant’Antonio abate a lui attribuito. In sagrestia sono presenti molte suppellettili e arredi sacri databili tra il XVII e il XVIII secolo.
Gli affreschi, opera di Sebastiano Galeotti, raffigurano la “Pentecoste” e “I Sette Doni dello Spirito Santo”. Infine si possono ricordare anche alcuni mobili ottocenteschi tra cui la poltrona sulla quale si sedeva la stessa Maria Luigia.
