Dal momento in cui la pesante cornice dorata viene ritrovata abbandonata sul tetto della Galleria Ricci Oddi, sul destino del Ritratto di Signora cala una cortina fumogena. Per ventidue lunghi anni, tra il 1997 e il 2019, la sparizione del capolavoro di Gustav Klimt cessa di essere una vicenda puramente piacentina per trasformarsi in uno dei più grandi enigmi investigativi della storia giudiziaria internazionale.
Un quadro da decine di milioni di dollari, unico al mondo per la sua natura di “doppio dipinto”, è diventato improvvisamente un fantasma.
Mentre il Nucleo Tutela Patrimonio Culturale (TPC) dei Carabinieri coordina le ricerche insieme a Interpol e Scotland Yard, il furto di Piacenza fa un salto di notorietà planetario: l’FBI inserisce ufficialmente l’opera nella sua prestigiosa e famigerata “Top Ten Art Crimes”, la lista dei crimini artistici più ricercati del pianeta, al fianco delle tele trafugate all’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston e della Natività di Caravaggio rubata a Palermo.
Il “Falso di Ventimiglia”: La Prima Illusione (Aprile 1997)
A soli due mesi dalla sparizione, quando la tensione è ancora alle stelle, arriva quello che sembra essere il colpo di scena risolutivo.
Alla frontiera di Ventimiglia, la Polizia di Frontiera e la Guardia di Finanza intercettano un pacco postale sospetto diretto all’allora premier ed ex Presidente del Consiglio italiano, oltre che a noti critici d’arte. Aperto il plico, i doganieri restano senza fiato: avvolta con cura emerge una tela che riproduce fedelmente la dama di Klimt con la sciarpa azzurra e lo sfondo smeraldo.
La notizia rimbalza su tutte le agenzie: “Ritrovato il Klimt!”. A Piacenza si grida al miracolo.
La tela viene immediatamente scortata a Roma e affidata agli esperti dell’Istituto Centrale per il Restauro per gli esami scientifici. Bastano poche ore di analisi sotto lampade UV e microscopi per gelare l’entusiasmo:
- Il pigmento utilizzato è recente, i leganti chimici sono moderni.
- Si tratta di un falso d’autore, eseguito con straordinaria perizia tecnica ma privo di qualsiasi traccia della ragazza del 1912 nascosta sotto il colore.
Chi lo ha dipinto? Perché spedirlo proprio a una figura istituzionale? Fu una beffa, una manovra per testare le reazioni degli inquirenti o un goffo tentativo di estorsione? Il mittente risulterà inesistente e la pista sfumerà nel nulla.

La Pista Esoterica e i Riti nei Cimiteri
Con il passare degli anni, in assenza di rivendicazioni ufficiali e senza richieste di riscatto concrete, l’indagine imbocca direzioni sempre più torbide e bizzarre.
A metà degli anni Duemila prende corpo una pista che sembra uscita da un thriller gotico: la pista satanica ed esoterica. Alcuni informatori anonimi e testimonianze raccolte dalle forze dell’ordine collegano il furto a presunti circoli occulti attivi tra il Piacentino e le colline emiliane.
Si ipotizza che il dipinto – con il suo volto languido e la storia tragica della fanciulla morta d’amore a Vienna – venisse utilizzato come effigie e catalizzatore visivo durante cerimonie notturne e messe nere officiate in casolari abbandonati e antichi cimiteri di campagna. Vengono organizzate perquisizioni notturne, controlli in necropoli e scavalcati cancelli, ma anche in questo caso l’indagine non porta a nulla: solo suggestioni, dicerie e altro fumo negli occhi.
La Confessione del “Ladro della Val Nure” e il Trattamento con il DNA
L’inchiesta sembra destinata all’archiviazione definitiva quando, nel 2014, il caso si riaccende grazie all’ostinazione della Procura della Repubblica di Piacenza e della Polizia di Stato.
Sotto la lente degli inquirenti finiscono vecchie figure della criminalità locale specializzate in colpi alle ville e furti di opere d’arte. Tra queste emerge la figura di un noto scassinatore locale, soprannominato dalla stampa il “Ladro della Val Nure”. L’uomo, ormai anziano, rilascia dichiarazioni ambigue a un giornalista della cronaca locale:
“Il Klimt? Non è mai andato lontano. Chi doveva sapere sapeva, ed è rimasto nascosto molto più vicino a noi di quanto possiate immaginare”.
Sulla scorta di queste parole e con il supporto delle nuove tecnologie forensi, nel 2016 la Procura ordina la riapertura ufficiale del fascicolo per furto pluriaggravato:
- Vengono repertati i profili biologici rimasti sulla cornice originale ritrovata nel 1997.
- Si procede all’estrazione di una traccia di DNA sconosciuto lasciata dall’autore della manomissione.
- Il materiale genetico viene confrontato a tappeto con campioni biologici di decine di sospettati ed ex dipendenti, senza però trovare la fatidica corrispondenza nella banca dati.
Un Capolavoro Ingoiato dal Nulla?
All’inizio del 2019, a ventidue anni esatti dal colpo, il destino del Ritratto di Signora appare ormai segnato. Tra gli esperti d’arte circola l’amara convinzione che la tela sia andata distrutta: forse bruciata per eliminare una prova troppo pesante, oppure arrotolata male e irrimediabilmente rovinata dall’umidità in qualche cantina anonima d’Europa.
Piacenza si è rassegnata a convivere con il rimpianto del suo capolavoro perduto, ricordato solo da una targa e dalle fotocopie sbiadite appese nella galleria deserta.
Nessuno può immaginare che la soluzione del mistero non si trovi a New York, a Londra o nelle casseforti della malavita, ma a pochi centimetri dai passi distratti dei passanti, sotto una siepe di edera rampicante.
Capitolo 1 il segreto sotto la tela
Capitolo 2: Il Furto del Secolo. La Notte del Colpo e la Cornice sul Tetto
(Nel prossimo capitolo: Il miracolo nell’edera – La forbice da potatura, il sacco nero della spazzatura e la perizia del secolo).


