Febbraio 1997. A Piacenza si respira un’aria di febbrile attesa culturale. La recente scoperta del “doppio Klimt”, portata alla luce pochi mesi prima dalla studentessa Claudia Maga, ha trasformato il Ritratto di Signora nel dipinto più desiderato e chiacchierato d’Europa.
L’amministrazione comunale e la Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi hanno organizzato un grande evento: una mostra speciale a Palazzo Gotico, nel cuore della città, interamente dedicata al capolavoro riscoperto.
Per preparare l’esposizione e consentire il trasloco delle opere in tutta sicurezza, la Galleria di via Santa Franca viene temporaneamente chiusa al pubblico. I quadri della sala d’onore vengono staccati, catalogati e imballati. In quel clima di cantieri aperti, scatoloni e viavai di addetti ai lavori, accade l’inimmaginabile.
La Scoperta del Vuoto: Una Mattina Invernale
La mattina di mercoledì 19 febbraio 1997 (anche se la datazione esatta del fatto rimarrà uno dei primi grandi rebus), il personale entra nelle sale del museo.
Quando lo sguardo del custode cade sulla parete riservata a Gustav Klimt, cala un silenzio raggelante. Il quadro non è finito nelle casse del trasloco. Sulla stoffa della parete è rimasto soltanto un tassello rettangolare vuoto, una macchia chiara e il cartellino descrittivo.
La tela da decine di miliardi di lire è svanita nel nulla.
Parte immediatamente l’allarme: sul posto arrivano la Polizia, i Carabinieri e i vertici della Questura. La notizia si diffonde a macchia d’olio nei vicoli del centro storico e, nel giro di poche ore, apre le edizioni straordinarie dei telegiornali nazionali: a Piacenza è stato rubato il Klimt.

La Cornice sul Tetto: Fuga Acrobatica o Falsa Pista?
Le prime perlustrazioni all’interno dell’edificio sembrano confermare uno scenario da cinema d’azione.
Sul tetto della Galleria, accanto a un lucernario in vetro parzialmente scardinato e forzato, gli agenti rinvengono un reperto cruciale: la pesante cornice dorata del dipinto e il vetro di protezione, abbandonati tra i coppi ghiacciati.
Inizialmente, la dinamica sembra delineata dagli investigatori:
- I ladri si sarebbero calati dal tetto durante le ore notturne, passando dal lucernario con corde o canne da pesca dotate di rampini.
- Avrebbero agganciato il quadro, issandolo fino all’apertura superiore.
- Arrivati all’esterno, avrebbero liberato la tela dalla pesante cornice dorata per renderla più leggera e facilmente trasportabile, dileguandosi poi sui tetti dei palazzi adiacenti.
Ma a un esame più approfondito, quella pista spettacolare inizia a mostrare vistose crepe.
I Conti che Non Tornano: L’Enigma del Lucernario
Gli inquirenti della Polizia Scientifica e del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri fanno una verifica geometrica elementare ma decisiva: misurano l’apertura del lucernario.
Il risultato lascia tutti sbigottiti. L’apertura del telaio del lucernario è sensibilmente più stretta rispetto alle dimensioni della cornice intatta ritrovata sopra il tetto. In parole semplici: la cornice, così com’era, non sarebbe mai potuta passare attraverso quel varco senza essere smembrata o distrutta.
La conclusione degli investigatori cambia radicalmente: il lucernario sul tetto è una messinscena, un depistaggio studiato a tavolino per far credere a un’intrusione esterna da acrobati della notte, quando la realtà doveva essere molto diversa.
Chi ha Aperto la Porta? I Sospetti e le Ombre Interne
Se il quadro non è uscito dal tetto, allora è passato da una porta ordinaria.
Emergono dettagli inquietanti sulle misure di sicurezza della Galleria in quei giorni di trasloco:
- L’impianto d’allarme: Durante i lavori di manutenzione e i preparativi della mostra, i sistemi volumetrici e i sensori antifurto erano stati temporaneamente disattivati o malfunzionanti.
- I tempi del furto: Nessuno è in grado di stabilire con esattezza quando il quadro sia stato staccato. Era sparito la notte prima? Tre giorni prima? O forse era uscito dall’ingresso principale confuso tra i materiali di imballaggio della mostra?
- I complici: La pista di una “talpa” interna o di qualcuno che conoscesse alla perfezione orari, chiavi, angoli ciechi e abitudini dei custodi diventa la teoria investigativa dominante.
Vengono interrogati dipendenti, restauratori, guardiani e dirigenti del museo. Vengono perquisite abitazioni private e studi d’arte, ma non emerge alcuna prova schiacciante. Il colpo è stato pulito, chirurgico, invisibile.
La Piacenza del Sospetto e l’Eco Internazionale
Nelle settimane successive Piacenza diventa la capitale del crimine artistico. Le agenzie di stampa internazionali inviano reporter in città; Scotland Yard e l’Interpol aprono un fascicolo dedicato.
Il valore del dipinto, unito alla sua unicità di “doppia tela”, rende il Ritratto di Signora praticamente invendibile sul mercato legale. Si fa strada l’ipotesi del furto su commissione per conto di qualche ricchissimo collezionista straniero senza scrupoli, o peggio, di una moneta di scambio nelle mani della criminalità organizzata e del narcotraffico internazionale.
Mentre la città si interroga sgomenta, inizia un lungo tunnel di silenzio durato oltre vent’anni. Un periodo oscuro costellato di ricatti telefonici, false tracce al confine con la Francia e piste esoteriche.
(Nel prossimo capitolo: Ventidue anni nel limbo – Falsi d’autore, indagini dell’FBI e la lettera del ladro).

