La Zobia rappresenta il Carnevale di Fiorenzuola, o meglio, il modo unico e caratteristico con cui questa città celebra il Carnevale. Le sue origini risalgono al tardo Medioevo, e il termine “Zobia” deriva dal latino iovia, ovvero “giovedì”, riferendosi specificamente al Giovedì Grasso, giorno d’inizio del Carnevale. Questo evento tradizionale anima Fiorenzuola per cinque giorni consecutivi, trasformando l’intera città in un teatro a cielo aperto.
Con oltre quattrocento anni di storia, la Zobia ha raggiunto la quarantesima edizione “moderna”, durante la quale viene assegnato il Palio. Le regole sono semplici e peculiari: niente maschere né costumi. Al loro posto, si adottano travestimenti fatti di stracci e molta creatività, rendendo questa tradizione unica nel panorama nazionale. Recentemente, il Ministero della Cultura ha riconosciuto la Zobia come Carnevale storico.
Origini e Influenze
Secondo studi condotti da storici locali come Emilio Ottolenghi, Carmen Artocchini e altri, la Zobia potrebbe avere radici nella tradizione ebraica. La comunità ebraica si stabilì a Fiorenzuola nel XV secolo, in una zona oggi nota come “Contrada degli Ebrei” (via Mazzini). Pare che i Fiorenzuolani siano stati ispirati dalle celebrazioni gioiose del Purim, una festività ebraica caratterizzata da maschere, travestimenti e scherzi.
All’epoca, il Carnevale locale prevedeva una messa in scena che parodiava i mercanti ebrei, con travestimenti composti da stracci e dialoghi in dialetto storpiato o grammelot. Sebbene si trattasse di una rappresentazione satirica, non si registrano episodi significativi di tensione con la comunità ebraica. Tuttavia, tra il 1714 e il 1719, le autorità scoraggiarono queste rappresentazioni, e nel 1738 furono vietate dal podestà Gandolfi, pena una multa di 100 scudi d’oro.
Nonostante i divieti, la tradizione resistette. Il governatore di Piacenza, per placare gli animi, autorizzò i travestimenti a condizione che non fossero offensivi e suggerì di ispirarsi anche ad altre culture. Questo contribuì a trasformare la Zobia in una satira più ampia, mirata non solo alla comunità ebraica, ma anche a personaggi potenti e situazioni locali.

La Zobia nel Novecento
Nel XX secolo, la Zobia si fermò solo durante le guerre mondiali. Nel dopoguerra riprese con difficoltà, ma negli anni ’50 la Pro Loco iniziò a organizzare l’evento in modo più strutturato. La partecipazione crebbe, e i carri allegorici diventarono il centro dell’attenzione. Tra i travestimenti più memorabili si ricordano il pollivendolo di Giovanni Bazzani e lo scimpanzé di Pinotto Torricella, capaci di intrattenere generazioni di cittadini.
Nel 1954, la “Sagra del Buonumore” attirò circa diecimila spettatori. Numerosi carri e gruppi animarono le strade, come il carro “La casa bruciata” del Bar Duomo, che vinse il premio di cinquantamila lire. I cosiddetti “Gerassari”, provenienti dal quartiere della Gerassa, si distinsero per le loro capacità teatrali e divennero simboli della Zobia.
Tradizione e Modernità
Negli anni ’60, per incentivare la partecipazione, si introdusse la sfida tra quartieri e bar. Tuttavia, nel 1973 il Carnevale raggiunse un momento critico, con un’edizione senza Zobia, definita “la più triste di sempre”. Negli anni successivi, l’Associazione “Amici della Zobia” prese in mano l’organizzazione, superando difficoltà finanziarie e logistiche. Grazie al loro impegno, la Zobia è tornata a essere un evento attesissimo, unico in Italia.
Oggi, grazie a figure come Claudia Verdiani, Valter Portesi e molti giovani entusiasti, la Zobia continua a rappresentare l’essenza della tradizione e dello spirito fiorenzuolano, un Carnevale che non ha eguali in tutta la Nazione.

