Passeggiando lungo via Campagna, al civico 35, angolo via San Tomaso, non si può non notare una scritta scolpita su una pietra dell’antica facciata in mattoni: “Forse che sì, forse che no”. Un motto enigmatico che ha incuriosito generazioni di piacentini e che, ancora oggi, continua ad alimentare ipotesi, leggende e studi storici. L’edificio, antica dimora della famiglia Noveliani, venne venduto nel 1708 ai conti Paveri Fontana e, in seguito, passò agli Anguissola di San Damiano.
Le origini del motto: tra storia e leggende
Non si conosce con certezza la datazione dell’epigrafe, ma si ritiene che sia molto antica. Una delle teorie più accreditate è legata a una disputa tra i proprietari del palazzo e le monache del vicino convento di Santo Spirito. Il contrasto riguardava la costruzione di un balcone: le religiose si opposero con fermezza, ma alla fine l’autorizzazione arrivò. A quel punto, la scritta sarebbe stata apposta per irridere la querelle, lasciando intendere che il divieto ecclesiastico si era rivelato vano.
Accanto alla versione storica, però, circola anche un’interpretazione più maliziosa: secondo un aneddoto popolare, la scritta alluderebbe ai presunti incontri segreti tra i nobili del palazzo e alcune monache del convento. Un pettegolezzo di quartiere, riportato nei secoli come curiosità, che ha contribuito a rendere il motto ancora più intrigante.
Un legame con i Gonzaga e il Palazzo Ducale di Mantova
La frase “Forse che sì, forse che no” non è esclusiva di Piacenza. Compare infatti anche nel Palazzo Ducale di Mantova, residenza dei Gonzaga, dove è raffigurata insieme a un labirinto affrescato sul soffitto. A sceglierla come proprio motto fu il marchese Francesco II Gonzaga (1466-1519), marito di Isabella d’Este. La massima, secondo le interpretazioni ufficiali, rappresentava l’incertezza dell’uomo di fronte al proprio destino, simboleggiata dal percorso complesso del labirinto.
Curiosamente, nel 1521 Federico II Gonzaga, figlio di Francesco II, soggiornò a Piacenza nel palazzo Scotti da Fombio. È suggestivo pensare che la diffusione di questo motto a Piacenza possa essere legata proprio ai contatti con la famiglia Gonzaga.
Da frottola musicale a romanzo dannunziano
Le ricerche hanno portato alla scoperta che il motto non nacque né a Piacenza né a Mantova, ma deriva dai versi di una frottola musicale di Marchetto Cara, cantore dei Gonzaga fin dal 1495. I suoi canti erano talmente popolari da essere intonati per le strade di Mantova ancor prima che arrivassero a corte. La frottola inizia proprio con le parole:
“Forse che sì, forse che no
el tacer nocer non po.”
La frase, entrata nella cultura italiana, arrivò fino a Gabriele D’Annunzio, che nel 1910 la scelse come titolo di uno dei suoi romanzi più celebri, confermando la forza evocativa di questa massima.
Un motto che attraversa i secoli
Oggi l’epigrafe di Palazzo Paveri Fontana resta una delle curiosità storiche più suggestive di Piacenza. Che sia legata a una disputa edilizia, a leggende popolari o alla raffinata cultura rinascimentale dei Gonzaga, quella scritta continua ad attirare sguardi e domande. Un motto semplice ma enigmatico, capace di attraversare i secoli e di mantenere intatto il suo fascino: forse che sì, forse che no.

