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Velleia Romana

Il nome deriva da quello di una tribù ligure, i Veleates o Veliates. Testi epigrafici e fonti letterarie ne attestano più antica e frequente la grafia con elle semplice. Ma già probabilmente dal I secolo d.C. la città è designata nella parlata corrente con l’appellativo, sopravvissuto nel Medioevo, di Augusta, che distingue talvolta centri romani in territori mai del tutto romanizzati.

Centro di notevole importanza agricola e commerciale dei Liguri Eleiati o Velleiati, divenne prima colonia latina nell’89 a.C. e poi municipio nel 49 a.C., ascritto alla famiglia patrizia dei Galeria. Alle fortune della città non sono estranee motivazioni politiche e militari. Ma, lontano dalle grandi strade transappenniniche, male esposto e minacciato da frane, il sito favorisce probabilmente una spontanea evoluzione del primitivo nucleo urbano in virtù delle acque cloruro-sodiche presenti nei suoi terreni, oggetto di devozione per le loro proprietà terapeutiche, sicuramente apprezzate per usi alimentari.

Veleia Romana si trova a 460 metri sul livello del mare, nell’amena valle del Chero in provincia di Piacenza. Costruita sull’area di un agglomerato protostorico, Veleia fu prospero municipio romano ed importante capoluogo amministrativo di una vasta area collinare e montana confinante tra Parma, Piacenza, Libarna (Serravalle Scrivia) e Lucca. La presenza nel territorio di acque saline, che i romani hanno sempre saputo sfruttare con ingegno, aiutò senz’altro lo sviluppo urbano in cui è possibile individuare vari edifici termali. Questa risorsa naturale, insieme alla tranquillità del luogo, fece di Veleia una meta prediletta di villeggiatura per vari consoli e proconsoli provenienti da Roma, illudendosi forse di poter allungare la loro vita. Infatti era noto che tra la popolazione di Veleia, come è confermato nell’ultimo censimento dell’imperatore Vespasiano (72 d.C.), vivevano 6 persone di 110 anni, 4 di 120, per non dimenticare poi Marcus Mutius Marci filius Galerius Felix di …140! Eran forse le acque benefiche, o forse l’aria salubre, o la serenità del paesaggio oppure il buon vino, di cui ne aveva parlato anche Cicerone, a favorire questa eccezionale longevità a Veleia? Purtroppo l’enigma non è mai stato risolto.

Veleia, dichiarata città libera nel 42 d. C., ottenendo quindi la cittadinanza romana con pieno diritto e la prerogativa di scegliere i propri magistrati, fiorì durante i primi due secoli dell’età imperiale, ma alcuni reperti trovati in sito indicano che la città era ancora assai importante fino alla seconda metà del III secolo D.C., a cui seguì un lento declino sino al V secolo. Poi l’oblìo assoluto.

La tabula alimentaria traiana è un’iscrizione bronzea rinvenuta nei pressi di Velleia, nel comune piacentino di Lugagnano Val d’Arda, e conservata nel Museo archeologico nazionale di Parma. È la più grande iscrizione d’epoca romana, misura 1,38 m di altezza per 2,86 di larghezza. Il suo rinvenimento avvenne nel 1747, durante i lavori di sistemazione di un campo, smembrata e venduta per la fusione dall’arciprete di Mucinasso (PC), i pezzi furono recuperati, ricomposti e, su incarico di Pietro De Lama, restaurati nel 1817 da Pietro Amoretti, la scoperta diede l’avvio agli scavi che nel 1760 portarono alla luce le rovine di Veleia. Una copia è presente nell’Antiquarium di Velleia all’interno degli scavi. L’istituzione degli Alimenta, voluta da parte dell’imperatore Traiano e ricordata da un rilievo rinvenuto nel Foro di Roma ed esposto nella Curia romana, consisteva in un prestito ipotecario concesso ai proprietari terrieri obligatio praediorum i cui interessi erano devoluti al mantenimento di fanciulli indigenti, con l’intento duplice di incrementare le attività agrarie e sostenere le famiglie povere per contrastare lo spopolamento delle campagne. Il testo riporta, in sei colonne, due serie di obbligazioni, cinque del 101 per un totale di 72.000 sesterzi e quarantasei, comprese tra il 106 e il 114, per un totale di 1.044.000 sesterzi. Le rendite, calcolate con interesse al 5%, venivano distribuite in natura o contanti a 246 ragazzi e a 35 ragazze. La descrizione, accurata e regolare, delle obbligazioni comprende: il nome del proprietario del fondo, il nome dell’intermediario incaricato della descrizione, la stima del valore delle proprietà, la somma corrisposta, il nome della proprietà e di due confinanti, l’uso del suolo, la collocazione nel pagus e in alcuni casi nel vicus.

Di notevole qualità i bronzi figurati prodotti per la maggior parte da officine localizzabili nell’Italia settentrionale, tra cui la testa di imperatore, probabilmente di Antonino Pio (138-161 d.C.), in bronzo dorato, esposta nella IV, la Vittoria alata (I secolo d.C.), sicuramente parte di un monumento onorario e la statuetta votiva dell’Ercole Ebbro (II secolo d.C.), con dedica di L. Domizio Secundione a un sodalizio di devoti al culto di Ercole.

Il ciclo statuario Giulio-Claudio. Allineate sul podio addossato alla parete di fondo della basilica che chiude a sud il foro, le dodici statue in marmo lunense raffiguranti i membri della famiglia imperiale giulio-claudia furono collocate con evidenti finalità commemorative, intese a celebrare il lealismo politico della piccola comunità. Le statue erano accompagnate da tabelle con dediche, solo cinque delle quali, tuttavia, superstiti. Il ciclo statuario documenta con una certa imponenza la diffusione del culto della dinastia giulio-claudia in Italia settentrionale e della propaganda ad esso legata.  Nel caso di Veleia il rapporto con la corte è reso particolarmente stretto dalla figura di L. Calpurnio Pisone, fratello di Calpurnia moglie di Giulio Cesare e patrono del centro. Il culto della famiglia imperiale è qui caratterizzato da una forte carica religiosa, come testimonia la preponderanza di statue togate e velato capite.

Il ciclo appare realizzato in più tempi. Durante il principato di Tiberio fu eretto il primo gruppo, costituito dall’immagine di Tiberio (acefala), accompagnata dai ritratti idealizzati di Augusto e della moglie Livia, madre di Tiberio; da quelli dei due Drusi, Maggiore e Minore, rispettivamente fratello e figlio dell’imperatore, nonché da quello, realistico, di Lucio Calpurnio Pisone il Pontefice, cognato di Cesare, patrono dei Veleiati, probabile promotore dell’iniziativa. Il tipo iconografico della statua di L. Calpurnio Pisone è quello del pontefice velato capite, secondo il modello del ritratto di Via Labicana. L’identificazione della statua di Augusto, così come di quella di Livia, entrambe acefale, è resa possibile, oltre che dai dati stilistici, dal rinvenimento delle corrispondenti tabelle con dedica.

Un secondo gruppo comprende la statua di Caligola, a cui dopo la damnatio memoriae è stata sostituita la testa con quella di Claudio e quelle della sorella, Drusilla e della madre dell’imperatore, nonché moglie di Germanico,

Di un terzo gruppo fanno parte il ritratto di Claudio, posto sulla statua di Caligola; quello dell’ultima moglie di Claudio, Agrippina Minore, nonché l’immagine del figlio ancora bambino di quest’ultima, Nerone.
Da ultimo, l’identificazione della statua di loricato, che ha come modello di riferimento l’Augusto di Prima Porta, è ancora controversa: gli studiosi si dividono tra Germanico, e in questo caso la statua sarebbe pertinente alla prima fase del ciclo e Domiziano. La testa risulta comunque rilavorata, forse in onore di Nerva.

Lo spazio privato. Elementi di mobilio, vasellame, strumenti e oggetti di ornamento, anche se spesso privi del contesto originario di appartenenza, consentono di ricostruire il buon tenore di vita della città veleiate. Colpisce, comunque, l’alto livello dei bronzi rinvenuti a Veleia, siano essi di produzione cisalpina, come il busto femminile entro clipeo circolare, l’applique con busto di guerriero o il piede di mobile con guerriero in combattimento o provengano dall’Italia meridionale come la brocca (pelike) in bronzo ageminato d’argento (I secolo a.C.) o addirittura dal Mediterraneo orientale come le appliques con busto di sileno e busto giovanile di letto triclinare.
Nella vita privata gli agi e i lussi quotidiani si esprimevano innanzitutto nei molteplici oggetti per la cura del corpo (Vetrina 2): unguentari e balsamari in vetro; strigili per detergersi dalla polvere e dal sudore dopo gli esercizi ginnici o dall’eccesso di oli e unguenti dopo il bagno; spatole, pinzette e oggetti di cosmesi e da toeletta in genere. Fibule, anelli, spilloni rappresentavano gli indispensabili ornamenti per le vesti e le pettinature.

Non può mancare, infine, la testimonianza dei culti domestici. In tutte le abitazioni romane, infatti, per ricche o modeste che fossero, erano sempre presenti piccoli altari (larari), per il culto degli antenati e delle divinità protettrici della casa, i lari. La statuetta di offerente a capo velato (prima metà I secolo d.C.) si configura come una trasposizione in ambito domestico dei riti della religione ufficiale e del culto degli imperatori.
Nella piena età imperiale si afferma, poi, la venerazione della dea egiziana Iside spesso identificata con la dea Fortuna.

NOTE

L’area archeologica è stata valorizzata tramite un’adeguata segnaletica.
Sono state realizzate alcune aree di sosta lungo il percorso e un’area per l’attività didattica e di studio all’aperto, con panche e tavoli. Si sono poi creati dei percorsi di visita dedicati ai diversamente abili, non vedenti e in carrozzina.

Dal 1° Dicembre al 15 Marzo, tutti i giorni dalle 09,00 alle 15,00.
Chiuso a Capodannoe Natale

Info&Contatti

  • Località Belvedere, 15 - 29010 Velleia Romana, Castell'Arquato
  • +39.0523.803215
  • +39.0523.807113
  • iatcastellarquato@gmail.com

Orari Apertura

  • Lunedì:
    09.00-18.00
  • Martedì:
    09.00-18.00
  • Mercoledì:
    09.00-18.00
  • Giovedì:
    09.00-18.00
  • Venerdì:
    09.00-18.00
  • Sabato:
    09.00-18.00
  • Domenica:
    09.00-18.00
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